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La curiosità della conoscenza. L’uomo creativo è un uomo felice?

La curiosità spinge sempre l’uomo a ricercare, provare e a sfidare se stesso in ogni campo e situazione.
La curiosità spesso conduce a peccare di presunzione o a sbagliare, ci si trova invischiati in un mare di dubbi, di perplessità e situazioni che poi minano la fiducia e la passione nelle cose che si fanno.
Perché allora l’uomo è così testardamente curioso da non ritornare sui suoi passi e lasciar perdere tutto? Forse perché senza la curiosità oggi non ci sarebbero molti degli strumenti che aiutano la vita di ognuno di noi dalle cose più banali all’essenzialità quotidiana. È impensabile pensare che l’uomo non abbia mai usato la curiosità per arrivare a scoprire se stesso, a scavare quella parte rimasta sempre nascosta e via via svelata.
È la curiosità che porge al futuro le scoperte dell’oggi.

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Arte a cena: mangiarne bene per vivere bene.

Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene
(Virginia Woolf)

Davanti ad un’opera d’arte é necessario arrivare preparati, di sicuro pronti emotivamente con l’aspettativa che porta insita in sé tutta una gamma di pensieri ed emozioni più o meno piacevoli.
Avvicinarsi alla visione di un lavoro artistico significa conoscere ciò che si vede attraverso la ricerca, la preparazione e lo studio, la parte emozionale del ciò che piace e ciò che non piace arriva subito dopo.
Questo non significa che si tolga la sorpresa a ciò che si vede.

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Il sapore della felicità che rende l’arte (di vivere) una gioia

Si pensa e si crede sempre che la felicità sia data dalla serenità che pervade l’anima e forse, una punta di verità risiede in questa affermazione, ma che cosa rende felice l’anima?
Molte cose, probabilmente differenti per ogni persona: lo sguardo di un innamorato, il sorriso di un bambino, lo scodinzolio di un cane, il rumore del mare che si infrange sulla spiaggia, una parola buona detta al momento giusto, il pane caldo, l’unico parcheggio libero trovato dopo ore di giri a vuoto, il gusto di gelato preferito, l’acqua fresca di una fontana in una calda giornata estiva, l’ultima pagina di un romanzo…

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Questo tempo da Hikikomori. La paura è rinchiudersi nel proprio mondo

No, il titolo non si riferisce a qualche nuovo film giapponese presente nelle sale di qualche festival internazionale di cinema, non è neppure un nuovo manga o un anime di successo, né un nuovo tipo di sushi, Hikikomori è il nome che si dà ad una sindrome giapponese tutta contemporanea che ha cominciato a varcare le soglie dell’isola nipponica e si è diffusa un po’ ovunque.
È contagiosa? No, affatto. È forse peggio…
Hikikomori in giapponese significa “stare in disparte“, è un isolamento sociale volontario, il termine si riferisce alle persone invisibili, coloro che non si espongono, non escono dalla loro dimensione e dalla loro camera da letto.

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Il coraggio di avanzare. Dal boom economico al crollo dell’audacia

Si parla sempre più spesso di salvaguardia del patrimonio culturale, a volte con la paura di perdere la propria identità storica e la propria cultura d’origine. È bello che ci sia un interesse così radicato e sentito dalla gente per il territorio e il passato anche se spesso molte scelte su come gestire questo patrimonio è più che mai discutibile.

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Giotto è una spremuta di arancia rossa. Il silenzio si fa ricordo

Il silenzio è fatto di tanti piccoli rumori, il silenzio della creazione è circondato dal ronzio di sottofondo del pc e dai battiti delle dita sulla tastiera, da una musica che proviene da qualche autoradio di un’auto che passa, dal vociare dei bambini che giocano a calcio lungo la strada del quartiere, dai propri pensieri che frullano in testa.
Il silenzio quindi è la base delle idee che nascono in mezzo ai rumori del quotidiano, anche quando si cerca l’isolamento da una voce e in un momento quella voce ritorna nella testa più viva e reale che mai, basta un ricordo a farla riaffiorare, un profumo, un’immagine.

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Cinesate in arte: oltre il trash e il kitsch!

Perché ci piace l’arte? Perché ogni giorno si cerca di circondare lo sguardo con cose piacevoli e che suscitino piacere ed emozione? Perché il fascino di forme e colori è così importante nella nostra vita?
Da quando l’uomo è nato, esistono il gusto e il piacere per il bello soggettivo ed oggettivo: ciò che piace è il risultato di un insieme di formulazioni dettate dalla società, dalla cultura, dal momento storico.

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Arte, inutile arte! L’importanza di non abbandonarsi ai luoghi comuni

Io di arte non ne capisco niente!“, una frase lapidaria per mettere le mani avanti e nel contempo eliminare completamente l’aspetto legato alla cultura e al sapere storico che ci ha condotto fino ad oggi, fino al mondo contemporaneo.
È più facile trincerarsi dietro una parvenza di ignoranza che colmare le lacune, perché poi la frase sopracitata è sempre successivamente accompagnata come scusante su quello che non si sa?
“Però se mi chiedi dell’ultima edizione del GF so tutto!”, “A scuola non abbiamo fatto arte”, “Comunque ho letto l’ultimo libro di “Cinquanta sfumature” e?”, “Ci sono cose più importanti da sapere dell’arte…”

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Dubbi & Paure. I giusti dosaggi per un’ottima crema

I dubbi e le perplessità avranno sicuramente attanagliato gli artisti del passato così come succede con quelli del presente, le domande che ognuno si pone sulle proprie capacità, sulla ricerca effettuata, sulla strada da percorrere rimangono attuali in qualsiasi stagione ed epoca.
Le paure e le ansie di Michelangelo davanti ad un blocco di marmo da scolpire, la grandezza dei muri da dipingere da parte di Andrea Mantegna, l’incertezza davanti ad una tela bianca per Jackson Pollock, le sequenza cromatiche e vibranti per Mark Rothko.

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Che mondo sarebbe senza colori… e senza Nutella?

Ci si domanda il perché di tante cose, ma guai a continuare:
si rischia di condannarsi all’infelicità.”
(Fahrenheit 451 Ray Bradbury)

Si fa fatica a pensare ad un mondo in bianco e nero, nonostante la gamma dei grigi di mezzo che ne danno ricche sfumature sempre bianco e nero rimane, tornano alla memoria l’eleganza di certe immagini, la bellezza di vecchi album fotografici dei nonni in posa col vestito da festa intenti a guardare seri l’obiettivo, film del passato dall’audio costantemente ricco di fruscio di sottofondo e poi ancora vecchi documentari che filmano le due guerre mondiali, impensabile pensare al passato senza coinvolgere il bianco e nero.
Quindi il tempo che è trascorso e che non ritorna, la memoria, è in bianco e nero? Allora il presente è a colori?

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