Questo è il racconto di una mostra d’arte tra storia e cultura, ma per capire ciò di cui si parla, è necessaria la narrazione nata in una sera estiva in una città.
Le sere d’estate a Padova. Bisognerebbe vivere di più la città appena tramontano il sole e l’afa, le sere padovane sono fatte di vento caldo che si interrompe per dare spazio ad un brivido di freddo, “portate via un golfetto…che non se sa mai” direbbe qualche mamma previdente perché in fondo quel “non se sa mai” è la sicurezza tra le righe di chi si preoccupa per te e ti vuol bene.
Le luci della sera mostrano una città differente appena il sole svanisce, anche i rumori poi cambiano come cambia la luce, si possono sentire i rivoli d’acqua che passano tra i ponti quando si attraversano le strade fatte di sampietrini e si arriva a star nel silenzio tra le statue di Prato della Valle, un posto fatto di storia e di aria che colma i polmoni e lascia gli occhi immergersi in questo immenso “prato senza erba“.
Se ci si ferma e si osserva ci si accorge che a Padova non si è mai soli: i bambini giocano e corrono e ridono sempre! Le famiglie si gustano un po’ di calma e un gelato (magari la panna in gelo presa al baracchino all’angolo), passa lento qualche signore anziano appoggiato ad un bastone o al braccio di un nipote alla quale racconta che “mi qua na volta passavo tutte e sere co to nonna!“, le signore dignitosamente erette con la piega fresca appena fatta e i vestiti a fiori che sanno di profumo di rose e di menta camminano in compagnia di una badante che spesso annuisce e non capisce e si ritrovano con le amiche di un tempo.
E ancora, le comitive dei ragazzi che si accalcano nel centro del Pra’ vicino alla fontana e li vedi in lontananza consumarsi di baci e carezze in amori estivi fatti e vissuti tra i social network e le risate, e poi proseguire il nostro viaggio incamminandosi verso i lunghi portici che dalle piazze del centro o proprio dal Prato portano, senza mai fermarsi, verso il Santo, con la statua equestre del Gattamelata di Donatello che troneggia e fa da guardia alle bancarelle votive chiuse per l’ora tarda e, nel silenzio della sera, immergersi nella luce della Luna piena (se si è fortunati) per vedere il riflesso degli edifici circostanti e i mattoni della Basilica del Santo bagnarsi di luce pallida.
Lasciare così gli occhi giocare tra le trabeazioni del frontone e salire poi con lo sguardo su su fino a perdersi nelle grandi cupole che sovrastano l’edificio sacro da cui spuntano piccole torri, minaretti di influenza orientale che abbelliscono una delle Basiliche più famose al mondo con all’interno le opere di Tiziano, Donatello, Giusto de’ Menabuoi, Giotto, Pietro Annigoni
Nel mezzo dei pensieri serali una riflessione arriva piano e si affaccia a voce bassa e chiede: chissà com’era il Santo una volta… una volta quando? Forse una volta quando si era piccoli e lo si è ora scordato e si veniva accompagnati in processione il 13 giugno per il giorno di festa a celebrare Sant’Antonio, oppure d’inverno per vedere il grande presepe a Natale insieme alla famiglia o altre volte magari spinti a forza dentro dalla devozione di una nonna che ti chiedeva allungandoti mille lire “toh… va mettare na candea al Santo!” e bisognava andare per farla felice.
Già, com’era il Santo da chi lo ha sempre vissuto e visto come parte integrante della propria cultura religiosa e cittadina? Per molti il Santo è semplicemente il Santo! Il posto dove trovare pace, accendere una candela o passare la mano sulla tomba di Sant’Antonio per chiedere una grazia per poi salire le scale della Cappella delle Reliquie e guardare la sua lingua e il suo mento intatti.
Poi i passi portano all’uscita verso i chiostri per lasciarsi cullare dalle fronde della grande magnolia centrale, si arriva ai chiostri secondari per godere della tranquillità del posto, si guarda negli occhi la folla dei visitatori provenienti da tutto il mondo… e si pensa ancora: chissà come sarà la visione del Santo per tutte le persone che ci passano ogni giorno, chissà com’era il Santo secoli prima, com’erano la piazza, le strade del tempo, il percorso dei portici per arrivare alla Basilica, chissà com’era la gente.
Com’erano i mezzi con i quali si arrivava? Quali storie hanno accompagnato ogni giorno le persone in visita devota all’interno delle volte e delle colonne? Chissà com’era il Santo appena costruito, nei secoli che hanno visto la peste, la fame, le guerre, chissà com’era il Santo nei giorni di festa e nei momenti in cui questo fabbricato è stato costruito e modificato nel tempo, chissà cose che ha visto passare e nonostante tutto il Santo è rimasto intatto, in piedi a dispetto degli attacchi esterni fatti di terremoti, incendi, rigidi inverni e calde estati…
Già, chissà com’era il Santo…

Il Santo com’era rappresentazioni della Basilica attraverso i secoli

Oggi si può ancora riscoprire e rivivere i tempi passati nelle salette appena restaurare vicino al Museo Antoniano grazie ad una suggestiva mostra ancora visitabile fino al 31 luglio 2019 intitolata “Il Santo com’era: rappresentazioni della Basilica attraverso i secoli“, curata dal dott. Alessandro Borgato, libraio antiquario membro dell’International League of Antiquarian Booksellers, consulente della Veneranda Arca di S. Antonio per il patrimonio antico a stampa e per la Pontificia Biblioteca Antoniana e dalla professoressa Giovanna Baldissin Molli docente dell’Università degli Studi di Padova e Presidente della Veneranda Arca del Santo con delega per l’Archivio.
Il percorso illustra l’aspetto architettonico e artistico attraverso testimonianze ed eventi storici che hanno segnato la storia della basilica patavina: le modifiche architettoniche rinascimentali, l’incendio del 1749, le trasformazioni contemporanee, tutto legato in un cammino che si raccoglie attraverso le salette in cui sono messe in mostra tra le opere un acquerello seicentesco che illustra la vita cittadina attorno al Santo, l’ottocentesca visione ad opera di Antonie Marie Perrot, vedute di Giacomo Ruffoni, il padre Coronelli, Giorgio Fossati, le vedute esterne e interne incise da Pietro Scattaglia e Pellegrino Del Colle, tutte su disegno di Francesco Bellucco, Giovanni Battista Brustolon, Ignazio Colombo e Pietro Chevalier, opere a stampa di padre Polidoro, Angelo Portenari, Giovanni Battista Rossetti e Bernardo Gonzati; la veduta della basilica a margine della celebre Pianta di Padova disegnata da Giovanni Valle e incisa da Giovanni Volpato , le litografie disegnate da Giovanni Battista Cecchini, Antonio Fracanzani e Carlo Kunz.
L’esposizione, organizzata dalla Veneranda Arca del Santo con il Museo Antoniano e il Centro Studi Antoniani, con il patrocinio del Comune di Padova e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Wide Group SpA, broker di assicurazioni specializzato nel settore fine art, Alì S.p.A. e della Fondazione Peruzzo, presenta una selezione di opere rare e inedite, provenienti dalle diverse raccolte del complesso antoniano e da collezioni private.
È un viaggio nel tempo che si percorre per mezzo di libri, disegni, dipinti, incisioni, modellini e matrici che riproducono il Santo.
Molte delle opere sono esposte per la prima volta al pubblico e rivelano con la loro ferma e silente presenza la testimonianza della Basilica nei secoli e gli aspetti della società tra cultura e costume avvenuto nel corso delle epoche.

Rivedere il tempo trascorso fatto di storia e arte, dove la Basilica è il centro focale dell’esposizione e dei pensieri che si susseguono alla visione di tanta memoria visiva nei secoli, è un vero viaggio nel passato della devozione, ma non solo, anche nei ricordi di chi ha trascorso le epoche che sanno di cose vissute, di mani che hanno toccato, di occhi che hanno guardato stupiti o speranzosi e di piedi che hanno solcato le strade e gli spazi della Basilica di Sant’Antonio.
Gli stessi posti di adesso sono stati i luoghi del passato di cui resta memoria indelebile nei dipinti, nelle stampe e nelle vedute in mostra in un viaggio lungo secoli.
Un viaggio forse di un padovano del passato o di un “foresto” che oggi come allora e come sarà in futuro avrà sempre il segno di un istante solcando le stesse strade, attraversando le medesime vie e piazze fino a raggiungere il Santo.
E il vento estivo della sera soffia leggero leggero sussurrando ancora una volta ai ragazzi innamorati, ai bambini che si perdono nei giochi all’aperto, alle famiglie in passeggiata, agli anziani seduti assorti nei loro pensieri sulle panchine e da lontano le luci della sera che illuminano il Santo con la sua presenza silenziosa.

 

Il Santo com’era: rappresentazioni della Basilica attraverso i secoli
Curatori: Dott. Alessandro Borgato e Prof.ssa Giovanna Baldissin Molli
23 maggio- 31 luglio 2019
Museo Antoniano – Salette
Basilica del Santo,
Piazza del Santo 11, Padova
Ingresso libero

Informazioni:
www.arcadelsanto.org

Ufficio stampa
Giuseppe Bettiol
349.1734262
comunicati@giuseppebettiol.it
www.giuseppebettiol.it

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