Quantificare l’arte solo in base al mercato, ai costi e alla quantità di opere vendute non è certamente il metro di giudizio corretto per identificare un artista.
Jeff Koons con i suoi 90 miliardi di dollari per la scultura “Rabbit“, un coniglietto in acciaio inossidabile, è ora l’artista vivente, con relativa opera, più quotato del mondo!
Davvero si pensa che più costo e vendo più valgo? Più quoto più sono? Non esiste affermazione più assurda per essere definiti “artisti”!
Archivio categorie open.Art
“Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano.
Preoccupati se tu non apprezzi te stesso.”
(Confucio)
Situazioni, storie, ricerche, vissuto personale… quante cose ancora si devono mettere in campo per parlare di arte? Un artista deve sempre svelare se stesso e le proprie emozioni o si accontenta di essere patina superficiale senza grattare lo spazio sottostante? Oltre ciò che si vede, oltre la tela dipinta, la scultura plasmata, la traccia di ciò che è stato e che ora è si ritrova nel visibile, nell’opera finita, ma oltre l’immagine c’è la storia di chi ha usato i colori, le forme e si è posto un solo obiettivo: creare.
Il Monte di Pietà a destra, la maestosa severità del Duomo davanti con a fianco il Battistero decorato da Giusto de’ Menabuoi, il Palazzo Arcivescovile a sinistra e la piazza centrale che tutto abbraccia. Davanti, dirimpetto al Duomo, si apre il ghetto ebraico e camminando sui sampietrini si ripercorrono strade antiche, memorie e ricordi di un tempo passato che si accavallano al presente caotico fatto di traffico d’auto, biciclette e motorini, gente che parla al cellulare o che si isola con le cuffiette ascoltando musica.
Chi si occupa di creatività, qualunque sia il campo d’azione preso in esame, si alza ogni mattina con la consapevolezza che non si deve necessariamente creare, ma sopravvivere in un mondo che usa e abusa della parola creatività.
Ogni giorno ci si appresta in primis a dover chiedere sempre scusa: scusarsi di fare troppo o al contrario di fare poco, scusarsi di piacere o di essere poco gradevoli, scusarsi per essere famosi o per non essere affatto conosciuti, scusarsi per aver preso in mano un pensiero e averlo poi trasformato in un’opera d’arte, scusarsi di scusarsi per farlo troppo spesso o troppo poco.
Momento di pausa.
Pensieri sparsi in attesa che il caffè sia pronto e dalla moka arrivi il gorgoglio del liquido nero bollente che annunci la sua definitiva preparazione.
Ecco, in questo momento di fermo da studio e scrittura si riordinano immagini e parole: una conversazione lasciata in sospeso su Whatsapp, un like in Facebook o in Instagram, un’istantanea news apparsa sullo schermo, lo sguardo fuori dalla finestra socchiusa da cui entra sole e aria appena tiepida e i pensieri si posano sulla scrivania disordinata e piena di ogni cosa.
É tempo di dire basta!!! Tempo di arrabbiarsi, di tirare fuori quel rimescolamento che parte dalla base dello stomaco, di urlare con ogni muscolo del corpo, con le tempie che pulsano, con la salivazione a zero, con le mani che tremano.
É tempo di incavolarsi sonoramente anche se si é presi per matti e con visioni distorte, andarte contro al perbenismo e alla cultura di massa. Gridare non solo col fiato, ma anche con l’anima che rimane forse il modo migliore per svegliare i tempi e i momenti, rimanendo mansueti e liberi.
È tempo di Credere nella giustizia, nelle meritocrazie, nell’accoglienza al prossimo, nella salvaguardia delle culture e nella globalizzazione di pensieri, di opere e di lingue.
Dunque, partendo dal presupposto che la provocazione é dietro l’angolo analizziamo ora 5 buoni motivi per smettere di fare arte, sì, avete letto bene, PER SMETTERE, non un vademecum per i consigli ottimali o per creare lo spazio giusto per farsi conoscere, emergere, far partecipe il pubblico e il mercato della nostra arte, ma proprio per abbandonare il mondo dell’arte.
Procediamo al contrario verificando e tastando il terreno su quale siano i veri cinque motivi per evitare di mettersi in cammino con l’arte.
Le scelte non sono mai così semplici, la paura di sbagliare e di trovarsi nelle condizioni tali da provare sulla propria pelle l’errore di ciò che si é scelto é sempre dietro l’angolo.
Sembrerà certo scontato, ma sono molti i quesiti che ci vengono posti tutti i giorni, il quotidiano ci tartassa con le continue domande e ci pone sempre di fronte ad un bivio: scelgo il bianco o il nero? La destra o la sinistra? Faccio bene o male a continuare in questo modo?
La fama si accompagna spesso al successo? Essere conosciuti non significa necessariamente essere al centro di tutto, non significa neppure compiere un buon lavoro forse… e allora, ritorniamo al primo pensiero: sicuri che fama e successo coincidano con la qualità delle cose?
La presunzione di essere i migliori, la mancanza di confronto e di umiltà, gli scambi e i dibattiti sono forse le armi più pericolose che possano esplodere nelle mani degli artisti, dei curatori, dei critici e di chi gravita attorno al sistema dell’arte.
A Simone Berno,
un sognatore che “perde” opere per il mondo
Il gusto per ciò che consideriamo bello o brutto, si sa, è notevolmente cambiato nel corso degli ultimi decenni, complice forse anche la crescente industrializzazione che ha prodotto oggetti seriali e alla portata di tutti tralasciando molto spesso il senso estetico e la ricercatezza fatta di forme e colori che ne possano quindi decretare bellezza e piacevolezza nella possessione di tal prodotto e gioia beata degli occhi e dell’anima.










