Pubblicato il 24 febbraio 2015 in http://vecchiatoart.blogspot.it

Le generazioni dei nati dagli anni Settanta e Ottanta del Novecento in poi si sono nutrite di un’esplosione tecnologica e mass mediale senza precedenti.
L’ultimo decennio ha visto la nascita di nuove forme di divulgazione che hanno abbattuto il confine tra gli spazi e il tempo: internet in primis e smartphone di ultima concezione, mettono insieme audio e video con la creazione di nuovi mezzi di trasmissione di qualsiasi dato.
È una popolazione di giovani che si presenta quindi preparata alla comunicazione in modo totalizzante, dove i rapporti si gestiscono in maniera virtuale abbattendo differenze tra classi sociali, confini fisici e diversità di razza e sesso in cui il limite tra verità e finzione è spesso molto labile.Dopo le lotte compiute dai padri, i figli si ritrovano a vivere senza scontri di sorta a livello epocale e a sopravvivere in un mondo dominato da altri tipi di guerra e di lotta per le conquiste: il posto di lavoro, l’istruzione, la consapevolezza di un futuro castrato il più delle volte dalle istituzioni e dal poco coraggio di mettere in gioco i giovani e dare loro una possibilità di uscire dall’idea del termine “giovane” anche ad oltre quarant’anni di età.
È la categoria dei lavoratori, nati con i call center, nuova classe operaia, a cui viene insegnato a sorridere e portare avanti una speranza che qualcosa cambierà.
Certo, i ragazzi del 2000, non avranno combattuto grandi guerre per grandi ideali, si sono invece rivolti al mondo della TV e dei cartoni animati giapponesi, ma da questi nuovi mezzi hanno imparato a comunicare come mai successo nelle epoche passate.
È l’epoca dei ragazzi cresciuti con i videogame e le chat, del tutto che-viene-prodotto-e-consumato-subito ma è anche la generazione che ha gestito la nascita di nuove forme d’arte come i video da postare su youtube o da taggare nei vari social network.
È un popolo di “nuovi internauti” che comunicano per e-mail, sanno zippare un file, ascoltare musica in mp3, vedere un film in avi, girare con appesa al portachiavi la chiavetta usb, collegarsi in wi-fi, masterizzare un cd, condividere un file in modalità sharing, esprimere virtualmente il loro stato d’animo con gli smile.
Nel corso degli anni si è passati da una beat generation ad una bit generation.
Oggi si parla un linguaggio nuovo di un’arte che lascia ampio spazio alla creatività e invade le metropoli con la street art sempre più cerebrale e diventata ormai patrimonio comune delle città; gloriose case di moda si affidano ad artisti con influenze manga per rifarsi il look; gli anime giapponesi sono tutto fuorché cartoons per bambini; gallerie e collezionisti fanno a gara per accaparrarsi opere che sembrano fumetti e i fumetti a loro volta diventano opere.
C’è un senso ironico e sbarazzino nel modo di rapportarsi con le forme d’arte precedenti: sono abbattuti i muri del passato, il peso della tradizione colta si sbriciola di fronte all’espansione di nuove forme di trasmissione del pensiero e l’esigenza di comunicare arriva in modo impellente e quasi nello stesso momento da più parti del mondo: è il potere tecnologico che rimpicciolisce le distanze e amplifica i punti di raccordo.
È una generazione viva e attenta che apre il secondo decennio del 2000, non ci rimane che restare in attesa di nuove forme di trasmissione e comunicazione e aspettare vivi e partecipi il futuro.

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