Pubblicato il 16 giugno 2015 in http://vecchiatoart.blogspot.it/

Il consumo non deve essere più considerato, come avveniva per le generazioni precedenti, esclusivamente come soddisfazione di un bisogno, ma anche, e oggi soprattutto, come mezzo di produzione.
Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia “prodotto
(Umberto Galimberti)

Il consumismo, è un tipico fenomeno di base economica e sociale delle società industrializzate, dove la massa consuma beni attraverso l’acquisto indiscriminato, spinti a volte dalla moda e dalla pubblicità, fenomeni che si legano ad un’idea di bisogno, perlopiù fittizio, solo per allargare quello strano effetto di felicità personale per mezzo dell’acquisto, possesso esclusivo e consumo di beni materiali, ebbene si, al grido di: IO LO VOGLIO!
Questo è il concetto di consumismo, un divorare continuo che va oltre la “fame” del bisogno e si avvicina all’idea bulimica dell’eccesso e dell’eccessivo.
Il mondo contemporaneo È il mondo del consumismo, indagato nel corso dei decenni da artisti che passano dalla moda all’arte, dalla pubblicità e al prodotto comune.

La Pop Art degli anni Sessanta è solo la punta iniziale della presa di posizione dell’arte come fonte ispiratrice per il popolo e nel popolo e non si esaurisce con la vetrina di artisti che sono diventati icone del consumismo e della moda: Andy Warhol, Charles Oldenburg, Roy Lichenstein, Jasper Johns, Keith Haring sono solo alcuni dei padri di questo fenomeno artistico, spesso riconoscibili per le loro opere e i loro tratti anche dai meno esperti d’arte.
L’arte che si fa strada e di strada, attraverso i graffiti e lo sguardo nuovo che gli artisti mettono in scena a partire dai giovani del decennio 1960-1970 con il Nouveau Réealisme quali Arman, Daniel Spoerri, Jacques Villeglé, Christo, Gerard Deschamps, Yves Klein, Mimmo Rotella in cui i materiali desunti dalla realtà diventano opere d’arte, come i rifiuti, scarto del mondo del consumismo.

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Altri prendono spunto dalla realtà quotidiana e creano opere provocatorie come fa Piero Manzoni che inscatola un “prodotto eseguito dall’artista” nell’inscenare la famosa scatoletta di Merda d’artista, arrivando alla provocazione che tutto ciò che proviene dall’artista è arte, tutto ciò che è scarto può diventare opportunamente arte.
Ma l’artista deve anche vendere, farsi riconoscere, creare attese e quindi lui stesso e le sue opere diventano prodotti mercificati invadendo ogni campo e, dalla moda al prodotto alimentare, l’artista firma l’arte della società contemporanea: si passa dalle pubblicità di Terry Richardson ai colori per la moda di Takashi Murakami oppure alle campagne firmate da Damien Hirst o Jeff Koons. Invasione mediatica che cerca di coinvolgere il pubblico per avere l’idea di appartenenza di un pezzo di storia, di una libbra di arte, di un litro di conoscenza, si, siamo di fronte ad una sperimentazione non dissimile dal banco frigo dei prodotti freschi con scadenza di un supermercato: ci stanno le migliori offerte, le sottomarche, le imitazioni, la merce di qualità e i prodotti scontati (in tutti i sensi: sia nell’idea del banale sia dello sconto come riduzione di prezzo).

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Ecco allora che il soggetto che tanto è piaciuto al critico o al collezionista di turno è replicato all’infinito tanto da essere definito “il marchio di fabbrica” dell’artista: una patacca a volte che si ripete solo per la vendita e per l’illusione di possedere un “pezzo d’artista” (nell’accezione del termine quale opera d’arte e parte di un artista).
Importante è possedere, importante è avere, importante è consumare, importante è essere dentro al mercato: I shop therefore i am come diceva in una celebre opera Barbara Kruger, di conseguenza, “compro dunque sono?”

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A volte la sovrabbondanza dell’artista e del suo prodotto conduce ad effetti da sovraesposizione (sarebbe terribilmente banale fare nomi e cognomi ora…) ma ormai talmente riconoscibili che non si può farne a meno e la presenza diventa quasi inevitabile, un poco come il classico prosciutto crudo e melone d’estate: immancabile sulle tavole, cosi l’artista e la sua “operetta” per il popolino, immancabile nelle fiere, nei musei, nelle gallerie, nelle mostre e nelle esposizioni.
E quindi? Ci tocca sorbirlo e apprezzarlo, per carità, buono e sostanzioso ma nulla di speciale e particolare…ormai c’è! Che faccio? Ma si! Ne prendo due fette in più, abbondo, lascio che sia e che sia il mercato a decretarne prezzi e pezzi, io mangio, fagocito e digerisco.
Buon appetito!

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